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    Il disegno di Giò

    di chicco52 (05/12/2006 - 00:40)

    IL DISEGNO DI GIO’ 

    Durante una noiosissima giornata di pioggia, dopo aver rovesciato a terra tutti i giochi contenuti nel grande cesto di vimini della sua camera, e non aver trovato neppure un giocattolo interessante, Giò decise di dedicarsi ad un disegno. Ad uno di quei disegni un po’ svogliati, che cominciano con qualcosa e finiscono con tutt’altro. Ma, tanto, era un modo come un altro per passare una giornata noiosa, mentre la mamma era indaffarata sui fornelli a preparare la cena.E così, armato di una scatola di matite colorate, di gomme cancellatutto, di pennarelli che tanto-non.si-cancellano-più , Giò iniziò a fare dei grandi segni sul foglio finché, quasi per un miracolo, apparve una nave in mezzo al mare. Egli si diede un po’ da fare a dipingere il mare di un colore azzurro cupo, poi sistemò un bel sole alto nel cielo, con dei raggi lunghi lunghi che toccavano perfino la nave, e proseguì tracciando la linea dell’orizzonte, che congiungeva il cielo azzurrino al mare, prepotentemente blu.Al lato estremo del foglio, Giò disegnò  un pezzetto di terra con alcune case. Si trattava certamente del porto. “Giò, vieni a tavola!” chiamò la mamma dalla cucina. “Subito!” rispose Giò che aveva una fame da lupo.Prima di lasciare il suo disegno sul tavolo, Giò decise di dare un nome a quella buffa nave: “La chiamerò “Teresa”! e scrisse questo nome sulla sponda della nave. Ecco, così il disegno poteva dirsi terminato. Il bimbo si alzò dal suo tavolino e correndo, andò a raggiungere la sua famiglia che stava sedendosi a tavola.

      Il Capitano Naso-di-vento, camminando su e giù per la sua nave, non capiva per quale motivo non fosse ancora l’ora di salpare. Dopo aver consumato un po’ di suole ed un po’ di tacchi delle sue nuove scarpe a forza di camminare avanti e indietro, decise di dare l’ordine di partire. Era ora che la Teresa si mettesse in movimento per raggiungere i Paesi lontani.“Datevi da fare! Si parte!” gridò il capitano in una buffa cornetta che pendeva dalla parete della sua cabina di comando. E subito dopo sentì il rombo dei motori e la sua nave tremò tutta prima di mettersi in movimento.“Che bella giornata!”  disse il capitano tra sé e sé, e stropicciandosi le mani si mise davanti all’oblò della sua cabina a guardare il mare che si muoveva sotto la nave.“Aiuto! Capitano!” gracchiò una voce dalla cornetta appesa alla parete.“Che succede?” rispose il capitano Naso-di-vento precipitandosi subito dopo fuori dalla cabina. Scese a quattro a quattro i gradini che portavano in sala macchine, e capì in un momento che la situazione era drammatica.Un fumo nero e denso usciva dalla sala dove si trovavano i motori della Teresa e con il fumo, uscivano anche tutti i motoristi che si trovavano in sala macchine.“Che cosa è successo?”  chiese il capitano.“Avevamo appena acceso i motori, e la nave era appena partita, quando i locali si sono riempiti di fumo, e non siamo più  riusciti a respirare!” rispose il motorista che passava tutta la giornata ad ascoltare i motori che sbuffano e tossiscono.

    “Vediamo un po’” disse il capitano lisciandosi la barba grigiolina.

    Camminò un po’ in su e un po’ in giù, ed alla fine disse deciso: “Fermate i motori!” ed i motori furono fermati.Naso-di-vento (che si chiamava così perché con il suo grosso naso dava al timoniere la direzione del vento, molto meglio di qualsiasi altro strumento meccanico) salì in coperta e diede in un gridolino.

    “Ho capito! Volete sapere cosa è successo? Guardate un po’ qua. Questa è bella! C’è qualcuno che si è dimenticato di disegnare i fumaioli della Teresa, e per questo il fumo non sa dove andare, e rimane tutto dentro! Guarda un po’ se ci doveva capitare di essere inventati da un bambino che non conosce le navi! Qui bisogna assolutamente arrangiarsi. Gettate l’ancora!” gridò il capitano.

    Ci fu un fuggi fuggi generale e tutti i marinai corsero a prua per prendere l’ancora da buttare a mare. Ma giunti sul ponte delle ancore, si guardarono intorno sbigottiti. Chi si era portato via l’ancora?

    “Senza ancora, come faremo a restare fermi in mezzo al mare?” disse Ovvio, un marinaio che diceva sempre le cose che avevano già detto tutti.

    “Stai a vedere che Giò si è dimenticato di disegnare anche le ancore!” brontolò il capitano Naso.“Noi non ci lasceremo prendere dalla paura! Faremo una grande fune con tutti i nostri vestiti, e getteremo a mare un pezzo di motore che non ci serve. Questo, legato alla nave con i nostri vestiti farà da magnifica ancora.”

    Cominciarono a spogliarsi tutti. C’era un marinaio che si vergognava un po’, ma vedendo il capitano che girava in mutandoni per la nave, gli venne così tanto da ridere che tutta la vergogna gli passò immediatamente e diede anche lui i suoi vestiti per fare la grande fune.

    “Meno male che Giò ha disegnato un bel sole con i raggi che toccano anche la nave, sennò chissà che freddo…!”

    “Capitano, siamo pronti. L’ancora è gettata, ma ora che facciamo? Come possiamo ripartire?”

    “Giusta domanda, ragazzo. Qui ci vuole una giusta risposta. Ma che vedo? Sbaglio o c’è un lungo filo che pende fuori dalla nave?”

    “Forse Giò si è dimenticato di cancellare una riga” disse Ovvio, che questa volta aveva detto qualcosa di suo.

    “ E noi useremo quel filo per fare funzionare la nostra nave! Voglio due uomini coraggiosi che vadano a terra, laggiù, con il filo!” ordinò il capitano.Subito due marinai si offersero, ed il capitano li fece salire sul battello di salvataggio che, essendo dietro la nave, non era necessario disegnarlo.

    “Vi affido questo filo, con il compito di portarlo a terra, infilarlo in una presa di corrente, e poi tornare qui in fretta, perché dobbiamo partire!”I due coraggiosi marinai partirono remando velocemente. Uno teneva il filo ben alto lontano dall’acqua: la sua mamma, infatti, gli aveva detto che i fili elettrici non devono neppure toccare l’acqua perché è tanto pericoloso.

    Giunti sulla riva, i marinai portarono il filo con un grande sforzo fino al faro, che alla sua base aveva due buchi grandi come quelli delle prese di corrente. Infilarono la spina nei buchi, e guardando in mezzo al mare videro la “Teresa” tutta illuminata che sembrava un albero di Natale.

    “Evviva!” gridarono quasi in coro. Poi, prima di ripartire, corsero a bere un goccetto in una taverna che si trovava dietro la casa gialla, disegnata da Giò in fondo al porto.Quando tornarono a bordo, trovarono una gran festa.

    “Bravi, ragazzi!” disse loro il capitano Naso, che non vedeva l’ora di partire.“Ora accendete il motore elettrico, perché non possiamo più aspettare!”

    Subito dopo si udì un fruscio ed il motore elettrico iniziò a girare.La nave partì lasciando dietro di sé una schiuma bianca (che però non si vedeva sul foglio bianco, dipinto di blu) ed un lungo filo nero che arrivava fino a terra ed ogni istante si allungava sempre di più.

    Giò aveva finito di mangiare e dopo aver aiutato la sua mamma a sparecchiare la tavola, era ritornato al suo tavolo e si era seduto davanti al disegno.

    Lo guardò un po’ perplesso, si grattò proprio in mezzo alla testa, lo guardò di nuovo.

    “Ma guarda che strano!” disse ad alta voce.

    “Cosa c’è di strano, Giò?” Chiese la mamma che nel frattempo si era seduta in poltrona per leggere il suo giornale.

    “Niente, mamma…si vede che mi sono sbagliato”

    Qualcosa di molto strano c’era, in effetti. Un segnaccio nero che partiva dalla Teresa e correva per tutto il foglio.

    “Si vede che ho lasciato la matita sul foglio e il gatto si è divertito a trascinarla!” disse il bimbo, armandosi di una gomma bianca e blu per riparare al disastro.

    Con pochi colpi, la riga sparì e Giò potè proseguire il suo disegno. Qualcosa mancava, non l’aveva dimenticato. Cos’era quella strana catena dell’ancora che pendeva dalla nave! Sembrava … ecco, si! Sembrava un filo di biancheria stesa!  E che strana ancora! Via, Via! Tutto da rifare!  Giò disegnò una bella catena fatta di tanti anelli e, proprio in fondo, un’ancora bellissima con due punte a forma di freccia. 

    “Ora il tocco finale!” disse il bimbo soddisfatto.Matita rossa, matita nera… i fumaioli della Teresa dovevano essere i più belli di tutte le navi che solcavano gli oceani.



     “Capitano! Chi ha spento la luce?”  gridò il marinaio dalla tolda della nave. Qui non si vede un’acca!”

    “Perché vuoi vedere le acca?”  chiese Ovvio, incuriosito. “Non ti bastano le cappa, le elle e le vudoppie?”. Nella completa oscurità si udì lo sghignazzare dei marinai disseminati su tutta la nave.

    Il capitano Naso-di-vento aprì la porta della sua cabina. Non si vedeva proprio niente. Avanzò con le mani in avanti e gli occhi chiusi fino alla scaletta che portava in coperta e gridò con quanta voce aveva in corpo:

    “Allungate il filo! Controllate l’innesto! Aggiungete una prolunga!”

    Si udì un tramestio di passi frettolosi. Qualche “Oh” un po’ di “Ahi!” e ci fu pure un “Cretino!” che risuonarono nell’aria cupa.

    Ed infine, quando un marinaio riuscì ad accendere una torcia elettrica che portava sempre con se, dopo aver illuminato un lungo tratto di mare, si sentì un grido preoccupato:

    “Capitano! Ma quale filo? Qui non c’è più il filo! Tutto sparito, tutto cancellato!”

    “Calate l’ancora!” ordinò ancora il comandante.

    Dopo pochi istanti un marinaio arrivò di corsa “L’ancora è stata calata…ma i nostri indumenti sono tutti spariti! Sparsi in mezzo al mare!”

    “Pazienza, ragazzo! Saremo il primo equipaggiò-in-mutande terrore di tutti i mari!” rispose Naso-di-vento un po’ divertito e un po’ rassegnato.

     

     Giò aveva appena finito di colorare il secondo fumaiolo che sentì le palpebre farsi pesanti e gli occhi che si chiudevano da soli.

    “Giò, è ora di andare a letto!” disse la mamma dalla sua poltrona.

    “Si, mamma…ho sonno” disse il bambino spegnendo la luce sul suo tavolo da lavoro. Si alzò lentamente e si avviò verso la sua cameretta, passando dalla sua mamma per darle il bacio della buonanotte.

    Ricordati di lavarti i denti!” sussurrò Giò imitando la voce della mamma e fermandosi un attimo in corridoio, in attesa della frase di rito.

    “Ricordati di lavarti i denti!” gridò la mamma dalla sala.

    “Si, mamma. Sto andando!” rispose il bambino sorridendo. Come avrebbe mai potuto andare a dormire senza quelle parole che la mamma ripeteva tutte le sere?

    In pochi minuti Giò fu nel suo letto e si addormentò in un istante.

     

    “Capitano, ora cosa facciamo?”

    Un marinaio era sceso fino all’alloggio di Naso-di-Vento illuminando il cammino con un pezzetto di candela accesa.

    “Proprio non so!” disse il comandante. Poi, approfittando della fioca luce, salì sul suo ponte di comando. “La notte è buia, non si vede la luna…”

    “Ma cosa vedo? Ragazzi, vedete anche voi quello che sto vedendo io?” quasi gridò il capitano con il naso all’insù”.

    “Due magnifici fumaioli! Proviamoli, mettiamo in moto!” disse il vice comandante dalla sala macchine.

    Dopo un po’ di starnuti e colpi di tosse, il vecchio motore che faticava sempre ad accendersi, si diede un po’ di contegno e ruggì il suo primo “Bruuum” della serata.

    Tutto l’equipaggio rimase immobile per vedere se, come prima, la cabina si sarebbe riempita di fumo. Niente. Il secondo “brum” fu quasi una musica. Seguì un cigolìo, uno stridore di ferri, qualche pernacchietta di accomodamento ed infine il motore si mise a brontolare in modo uniforme, era finalmente a regime.

    “Comandante, tutto a posto!” disse il capo della sala macchine.

    Guardando il fumo fuoriuscire dai due grossi camini, Naso-di-Vento tirò un sospiro di sollievo.

    “Tutti ai posti di comando!” Gracchiò quindi nella cornetta che pendeva da una parete. Tutti i marinai si precipitarono ai loro posti. Era la più divertente e variopinta sfilata di mutandoni che si fosse mai vista su tutti i mari.

    “Equipaggio pronto a salpare!” disse il secondo.

    “Avanti tuttaaaaaa!” gridò con quanto fiato aveva in corpo.

    La Teresa fu presa da un forte tremolio e con un BRUM definitivo diede in un balzo e schizzò fuori dal foglio.

    Sul ponte più alto della nave, il famoso capitano Naso-di-vento che indossava un bel paio di mutandoni a pallini con le immancabili bretelle a righe,  si lisciava la barbetta grigia e sorrideva sornione e dispettoso.

    “Chissà che faccia farà il nostro amico Giò, domattina quando vedrà il suo disegno!”

     

     

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