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    Il signor Pick

    di chicco52 (05/12/2006 - 00:43)

    IL SIGNOR PICK

     

     

     

    Il signor Pick era un tipo molto grande, e molto rispettato nel suo mondo. Era persona considerata da tutti come un famoso cacciatore e non v’era giorno ch’egli non tornasse a casa con il suo carniere pieno.

    Non andava matto per il sapore della carne delle creature che aveva ucciso, ma per una specie di scommessa con se stesso e con i suoi amici, non trascorrevano le prime ore del giorno senza che egli imbracciasse il suo fucilone e si appostasse in attesa delle prede.

    Immancabilmente esse finivano a testa in giù nel carniere che teneva a tracolla.

    La signora Pick, sua legittima consorte, era molto orgogliosa di quel marito che si faceva grande onore con tutte quelle prede uccise giornalmente, ma dopo aver cucinato le prime (tanti anni fa), averne impagliate molte altre e  riempito tutte le pareti delle stanze di casa con le teste delle più belle, ora non sapeva proprio più che farsene di tutta quella selvaggina.

    Neppure i vicini di casa , che erano stati molto ghiotti di carne fresca, ormai ne volevano sapere più.

    La signora Pick aveva provato (con molta cautela, egli era pur sempre il più grande cacciatore della sua comunità) a convincere il marito che quello sport era ormai giunto al termine, che non era più utile continuare ad uccidere.

    Tuttavia, come si diceva, il signor Pick era irremovibile. Nessuno avrebbe mai potuto privarlo di quel gran divertimento. Aveva poi sentito parlare di certi fastidiosi animali che partivano tutti insieme, a gruppi famigliari, in determinati periodi dell’anno, e seguivano sempre le stesse direttrici. Pare che si avvicinassero all’acqua e ne facessero rifornimento per un anno intiero.

    Poi, esauste, queste strane bestie si stendevano sul litorale, rintanandosi di tanto in tanto dentro insoliti nidi, nei quali c’era sempre un grande movimento.

    “Buffi, questi animali!” pensò il signor Pick. “Si direbbero creature intelligenti! Ma non può essere vero! Le uniche creature intelligenti di questo universo, siamo noi. Loro lo fanno sicuramente per istinto” e concluse “Ad ogni modo, mi piacciono molto, ed appena arriverà la stagione giusta, me ne porterò a casa un bel po’. La signora Pick imparerà a cucinare queste nuove prede, e sulle pareti del salone riuscirò a trovare un po’ di posto per appendere i trofei delle più belle teste…”

    La signora Pick insisteva con voce supplichevole “Ma caro, cosa te ne fai di tutte quelle bestie?” e lui, pronto: “è il mio sport preferito! E poi mi diverto. Quante volte devo dirti che la caccia è uno sport ed insieme un divertimento? Credi che sia una cosa da niente, alzarsi all’alba e camminare per ore tra fiumi e torrenti fino ad arrivare a quelle grandi direttrici, dove immancabilmente ogni anno passano i branchi che vanno verso l’acqua ed il sole? Lo so bene io, che fatica faccio a restare appostato per ore in silenzio! E poi, le prede non si prendono solo sparando! Qualche volta mi apposto, e…zac! Ne afferro qualche decina con le mani. In certi casi, il mio intervento è addirittura meritorio. Pensa a tutte quelle bestiacce che si annidano un po’ dappertutto! Costruiscono le loro tane una sull’altra, e poi un’altra proprio attaccata alla prima, e così via fino a coprire immensi territori! Emettono odori tremendi, sporcano le acque dei fiumi e dei laghi, scaricano le loro immondizie dappertutto… In quei casi, basta una pedata e faccio sparire tutto. Dovrebbero darmi una medaglia per tutto questo, altroché!”

     

     

     

     

     

     

     

     La famiglia Bianchi era quasi pronta. Domani, alla chiusura delle fabbriche, avrebbero velocemente fatto ritorno a casa dal lavoro, e si sarebbero precipitati a caricare sulla loro macchina tutto ciò che da più di una settimana ingombrava lo stretto corridoio di casa.

    Domani!” Sognava il signor Bianchi. Nella sua mente c’era un’enorme spiaggia, un mare pulito, un villaggio di tende e tanto tempo da dedicare ai suoi hobbies.  Prima di tutto, le bocce, poi i giochi a carte, qualche ora di pesca sulla barca dei Cerquetti, la grigliata di pesce sulla spiaggia…domani!

    Domani!” sognava la signora Bianchi. Lontana dai fornelli di casa, per una volta l’anno ognuno avrebbe avuto il suo preciso compito, e lei avrebbe potuto dedicare gran parte della giornata a camminare con Lina e Lucia in quel delizioso fresco boschetto… e poi la partita a canasta, le chiacchiere con i nuovi vicini di tenda, le compere al mercato che è sempre così ben fornito! Domani!

    Domani!” sognava il piccolo Bianchi, che piccolo ormai non era più, ed anzi… era ora che i suoi genitori gli comperassero il motorino! “Cercherò di non restare con i miei neppure un minuto più dell’indispensabile. Quest’anno mi tocca lavare i piatti ogni tre pasti! Ma se pensano di intrappolarmi…sbagliano di grosso! Quando sarà il mio turno, … hop! Metterò in tavola i piatti di plastica, e risparmierò un sacco di fatica! E poi, via come il vento per il programma più furbo dell’anno! Prima di tutto, una verifica. Chissà se hanno tappato il buco nella parete della cabina 12? Speriamo che ci sia ancora, e che quest’estate avrò più fortuna dell’anno scorso! C’era quella racchia della Graziella, che si spoglierebbe perfino in piazza Duomo, pur di farsi vedere! Domani si parte!”

    La piccola Bianchi non capiva un accidente. Le dava un enorme fastidio tutta quella roba ammucchiata in ingresso, che le impediva di correre con il triciclo. Per tre volte aveva buttato tutti quei sacchi per terra. E ce n’era voluto! Non bastava andarci a sbattere contro: bisognava insistere! Ma ogni volta, la mamma arrivava prima che il lavoro fosse terminato e rimetteva tutto in mezzo. “Meno male che domani vanno tutti via! Così portano via tutto ed io vado in triciclo!”

    L’indomani, alle cinque e un po’, il signor Bianchi aveva già indossato in ufficio i suoi occhiali da spiaggia. La signora Bianchi si era infilata il costume.. non si sa mai, magari le ragazze decidono di fare il bagno di mezzanotte!

    Il giovane Bianchi si passava energicamente la pomata sui foruncoli “e se stasera andassi a ballare?”

    La piccola Bianchi insisteva a buttar giù sacchi e la mamma non le dava più retta e la lasciava fare.

    Un soffio dopo le sei, il signor bianchi si lamentava perché l’autobus non arrivava mai. La signora Bianchi riempiva di formaggio molle dei panini, il ragazzo Bianchi si pettinava per la settima volta, e la piccola Bianchi era finalmente riuscita ad aprirsi un varco in mezzo a quei sacchi, ed ora schiacciava con le ruotine del triciclo i tappetini da spiaggia e gli accappatoi, che non avendo trovato posto in valigia, erano stati infagottati in un grosso sacco nero per l’immondizia.

    Quando, alle sei e ventitre il signor Bianchi apparve all’angolo della strada, vide di lontano due paia di occhi che lo fissavano e poi sparivano.

    Il tempo di fare trenta metri a ritmo sostenuto, e già piovevano dalla finestra le funi che reggevano le valigie ondeggianti sulle teste dei passanti.

    Da quel momento tutto accelerò fino ad essere frenetico. Il signor Bianchi riempiva la macchina, che già non ne poteva più.

    La signora Bianchi insisteva nel voler portare anche quei vestitini acquistati per l’occasione  “non fa niente, li tengo davanti con me” .

    Il giovane Bianchi era già seduto e consultava un taccuino scritto con geroglifici incomprensibili.

    La piccola Bianchi non c’era. Girava veloce per la casa facendo “drin drin”.

    Alle sei e quarantacinque le portiere della macchina si chiudevano con quattro tonfi. Il motore si avviava. Le ruote sterzavano un po’, ed infne l’insieme si muoveva lampeggiando fino al centro della strada.   

     Il Signor Pick era raggiante. Iniziavano i giorni delle grandi migrazioni. La signora Pick gli aveva lucidato i grossi stivali mentre egli aveva pulito perfettamente la canna del fucilone che sparava una rosa di pallettoni giganteschi contemporaneamente.

    Quando finì di indossare tutti gli abiti per la caccia, il signor Pick si mosse con aria da trionfatore, ed uscito nella bruma del primo mattino, camminò velocemente tagliando per campi e boschi, verso quelle strane striscioline appoggiate sul terreno, che nel giro di pochi minuti sarebbero state percorse da migliaia di animaletti migratori.

    Passò una buona mezz’ora prima che il signor Pick arrivasse sul luogo dell’appostamento. Non c’era ancora nessuno, e così si distese al suolo per attendere.  

    La famiglia Bianchi, stipata nella piccola vettura, era giunta al casello dell’autostrada. La piccola Bianchi non aveva smesso di piangere fin dalla partenza. Era profondamente offesa perché dopo tanta fatica, era stata costretta a mollare il campo e rinchiudersi in scatola con i suoi genitori.

    Il giovane Bianchi si era cinto la testa con una ridicola cuffia per l’ascolto di musica stereo, ottimo pretesto per non sentire le recriminazioni dei genitori che si indirizzavano l’un l’altro a proposito dell’orario di partenza e dell’enorme quantità di cose portate in vacanza.

    Si era già formata una lunga coda ed il casello si riconosceva solo dalle lucine rosse e verdi che apparivano all’orizzonte.

    Dopo oltre venti minuti di partenze e fermate, il distributore aveva sputato il talloncino di pedaggio e la vetturetta aveva iniziato la sua corsa sul nastro d’asfalto.

     

    In quella posizione, il signor Pick si era proprio stancato. Sentiva in lontananza il brusio delle bestie che si stavano avvicinando, e faticava a decidere su quale fosse il miglior sistema per prenderne tante in un sol colpo.

    Ci pensò, ripensò, si grattò il testone sotto il cappello, ed alla fine decise. Avrebbe adottato molti sistemi, tutti diversi ed alla fine avrebbe giudicato da sé il migliore.

    Intanto il ronzio si avvicinava sempre più. Ogni tanto, al signor Pick tornavano alla mente le parole della moglie che insisteva nel dire che – secondo lei – tutta quella selvaggina era sprecata. “E se avessero un cuore? Un cervello? Dei sentimenti?” continuava a ripetere la signora Pick.

    “Ma si vede proprio che non capisci niente! Tanto per cominciare, gli scienziati hanno studiato a lungo tutte quelle bestie, ed hanno concluso che il loro sistema di vita non è intelligente. Si spostano in branchi, senza nessun motivo apparente. Si buttano tutti insieme nell’acqua, ma solo in determinati periodi, come se per tutto il resto del tempo l’acqua non ci fosse. E poi, quel vivere tutti ammassati, in quelle strane tane, schiacciate ed ammucchiate in un posto. Chissà perché lo fanno? Certamente non è il modo più intelligente per vivere. Sono sempre in coda, senza neppure accorgersi che un po’ più in là potrebbero fare le stesse cose più velocemente e senza stare tutti appiccicati…

    E poi, proseguì severo il signor Pick, “potresti definire intelligenti quegli animali che distruggono l’ambiente in cui vivono? Mangiano tutto quello che producono, e quando il cibo non basta a tutti, continuano a fare figli sapendo che non potranno sfamarli? Sono intelligenti? Eh? Lo sono, secondo te?”

    La signora Pick si era fatta piccola piccola. Suo marito aveva certamente ragione. Non potevano essere intelligenti, quei piccoli animali sporcaccioni e spreconi. In pochi anni, anche senza l’intervento del suo marito cacciatore, quelle bestiole si sarebbero estinte da sole.

    “Ma perché ucciderle, allora? Anche se non sono intelligenti, non hanno anche loro il diritto di vivere come noi? E poi, guarda il lato sentimentale della cosa: con il loro passaggio ritmano le stagioni, con il loro canto e le urla danno un’atmosfera di gioia!”

    “Ma tagliamola corta! Tu sei conto la caccia, io sono a favore. Per me, è un divertimento prendere la mira, sparare, correre a prendere le prede. E’ un modo per sentirmi forte, padrone, potente. E poi, ci sono posto dove ce ne sono davvero troppi, di quegli animali. Rovinano le colture con le loro tane senza nessuna grazia, sporcano dappertutto!”

    Mentre pensava a queste cose, il signor Pick si acquattò meglio dietro una gibbosità del terreno e si cosparse i vestiti di frasche prese da un cespuglio vicino. Ridacchiò tra sé e sé. Così conciato, quei piccoli mostri avrebbero pensato ad una nuova collina, non certo ad un bravo cacciatore!

     

    Il signor Bianchi aveva smesso di litigare con la moglie. Era troppo vicina, ormai, l’aria delle vacanze, per poterla guastare con il malumore.

    C’era una nebbiolina a terra, e tutto il paesaggio intorno pareva diverso, nuovo. La moglie dormiva con la testa reclinata su una spalla. Dietro, il rampollo ascoltava le sue canzoni, travestito da formicole, e la piccola aveva smesso di rompere, perché si era addormentata, cullata dal rombo del motore.

    “Guarda che buffo – pensò – sono anni che passo di qui, e non ho mai notato quella collina! Sono gli scherzi della nebbia!”

     

    Al signor Pick non pareva vero. Una lunghissima colonna di animali nella loro stupida corazza, si muoveva lentamente su quella strisciolina sul terreno. “E’ ora che inizi la caccia!”

     

    Mamma Bianchi si svegliò di soprassalto. “Cos’è stato?” chiese assonnata.

    “Forse una buca” rispose il signor Bianchi, che non era affatto tranquillo. Gli era sembrato, scherzi della vista, che la collina si muovesse. Ma non osava dirlo alla moglie! Avrebbe pensato chissà cosa di lui!

     

    “Inizierò a cacciare con le mani” pensò il signor Pick. E, rapido, infilò una manona sotto quella strisciolina di terra nera, su cui c’erano tante bestie.

    Poi la sollevò e la ripiegò su se stessa.  Al posto di quel nastro nero, era rimasto un buco, nel quale tutte le bestie andavano a cadere. “Che stupidi!”  pensò. Nella sua mano, intanto, erano rimaste alcune bestie intrappolate nella loro corazza. Il signor Pick, al quale – a dire il vero -  quelle bestie facevano  anche un po’ schifo, aprì la mano e fece cadere tutto al suolo. La prima parte del divertimento era finita! Ora bisognava correre indietro, e sparare sulle bestie che arrivavano a soccorrere quelle cadute. “Che stupide!” ripeté dentro di sé. “Neanche si accorgono del pericolo, e vanno tutti incontro alla morte!”

      

    Il signor Bianchi cacciò un urlo di terrore. Nella nebbia, aveva visto la strada sollevarsi, contorcersi, sparire in alto ed ora ripiombare al suolo con fragore incredibile, e tutte le macchine orribilmente schiacciate, ora cadevano in una immensa voragine. La moglie atterrita non aveva più un fil di voce, mentre il figlio si era tolta la cuffia per gridare “l’apocalisse!”.

    La macchina si era arrestata ad un centinaio di metri dall’enorme fossa, ed i suoi quattro occupanti ne erano usciti per correre a vedere.

    La piccola Bianchi, per nulla spaventata, stava aggrappata alla giacca del padre, che non era assolutamente in grado di occuparsi di lei, con quello che aveva visto. La piccina continuava a dire qualcosa, ma nessuna le dava retta.

    “Io l’ho visto! L’ho visto, vi dico!” e suo fratello che per farla star zitta qualche volta le rispondeva,  questa volta, per un riflesso condizionato, le chiese “chi hai visto?” e lei “l’uomo! C’era un uomo enorme, come una montagna, che ha strappato la strada. L’ho visto, ti dico!”

    Nessuno aveva voglia di giocare con lei, e la lasciarono continuare.

    “Ci conviene andarcene di qui. A piedi per la campagna. Potrebbe esserci una nuova scossa di terremoto!” ansimò il signor Bianchi che di coraggio non ne aveva neanche un pochino.

    Uscirono a piedi dalla linea dell’autostrada, correndo nei campi confinanti.

     

    Il signor Pick era ben appostato, con il suo fucilone lucido e carico. Vide un po’ di fermento, puntò e sparò. Molti animali saltarono per aria, e lui stette a guardare.

     

    “L’ho detto che è l’apocalisse! Guardate… piovono macigni sulle macchine! E’ una strage orribile!” Urlò il figlio Bianchi, agitato quasi come per l’interrogazione di matematica.

    “E’ l’effetto del terremoto. Prima la voragine e poi tutto ricade al suolo” informò il signor Bianchi dal suo nascondiglio dietro un albero centenario.

    Il signor Pick  si alzò, decise che quelle bestie erano davvero troppe, e che la caccia poteva considerarsi finita. Avrebbe pensato ad un modo migliore per eliminarle.

    Raccolse molti corpi inerti e se li cacciò nel carniere. Poi, con un piedone lisciò en bene quella striscia di terra e se ne andò verso casa. Avrebbe raccontato agli amici di quelle stupide bestie che non erano neppure in grado di percepire il pericolo! Erano tutte accorse verso il luogo della loro morte!

      

    La famiglia Bianchi era rimasta di sasso. Quell’enorme montagna a forma umana aveva giocato con loro, come il gatto con il topo. O meglio, come un cacciatore con le sue prede indifese.

    “Ma non lo immaginava, quello lì, che noi siamo degli esseri intelligenti? Superiori a qualunque altro? Quell’orribile mostro dava la caccia a noi, inoffensivi e disarmati, per il piacere di uccidere! Che furia selvaggia, animalesca e stupida insieme!” tuonò il signor Bianchi, che come cacciatore – a suo dire – ci sapeva fare un bel po’!

    “L’avevo detto, io, che quel gigante aveva strappato l’autostrada!” disse la piccola Bianchi, che, tutta soddisfatta, ricominciò a giocare con la sua bambola.

     

     

     

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    Il disegno di Giò

    di chicco52 (05/12/2006 - 00:40)

    IL DISEGNO DI GIO’ 

    Durante una noiosissima giornata di pioggia, dopo aver rovesciato a terra tutti i giochi contenuti nel grande cesto di vimini della sua camera, e non aver trovato neppure un giocattolo interessante, Giò decise di dedicarsi ad un disegno. Ad uno di quei disegni un po’ svogliati, che cominciano con qualcosa e finiscono con tutt’altro. Ma, tanto, era un modo come un altro per passare una giornata noiosa, mentre la mamma era indaffarata sui fornelli a preparare la cena.E così, armato di una scatola di matite colorate, di gomme cancellatutto, di pennarelli che tanto-non.si-cancellano-più , Giò iniziò a fare dei grandi segni sul foglio finché, quasi per un miracolo, apparve una nave in mezzo al mare. Egli si diede un po’ da fare a dipingere il mare di un colore azzurro cupo, poi sistemò un bel sole alto nel cielo, con dei raggi lunghi lunghi che toccavano perfino la nave, e proseguì tracciando la linea dell’orizzonte, che congiungeva il cielo azzurrino al mare, prepotentemente blu.Al lato estremo del foglio, Giò disegnò  un pezzetto di terra con alcune case. Si trattava certamente del porto. “Giò, vieni a tavola!” chiamò la mamma dalla cucina. “Subito!” rispose Giò che aveva una fame da lupo.Prima di lasciare il suo disegno sul tavolo, Giò decise di dare un nome a quella buffa nave: “La chiamerò “Teresa”! e scrisse questo nome sulla sponda della nave. Ecco, così il disegno poteva dirsi terminato. Il bimbo si alzò dal suo tavolino e correndo, andò a raggiungere la sua famiglia che stava sedendosi a tavola.

      Il Capitano Naso-di-vento, camminando su e giù per la sua nave, non capiva per quale motivo non fosse ancora l’ora di salpare. Dopo aver consumato un po’ di suole ed un po’ di tacchi delle sue nuove scarpe a forza di camminare avanti e indietro, decise di dare l’ordine di partire. Era ora che la Teresa si mettesse in movimento per raggiungere i Paesi lontani.“Datevi da fare! Si parte!” gridò il capitano in una buffa cornetta che pendeva dalla parete della sua cabina di comando. E subito dopo sentì il rombo dei motori e la sua nave tremò tutta prima di mettersi in movimento.“Che bella giornata!”  disse il capitano tra sé e sé, e stropicciandosi le mani si mise davanti all’oblò della sua cabina a guardare il mare che si muoveva sotto la nave.“Aiuto! Capitano!” gracchiò una voce dalla cornetta appesa alla parete.“Che succede?” rispose il capitano Naso-di-vento precipitandosi subito dopo fuori dalla cabina. Scese a quattro a quattro i gradini che portavano in sala macchine, e capì in un momento che la situazione era drammatica.Un fumo nero e denso usciva dalla sala dove si trovavano i motori della Teresa e con il fumo, uscivano anche tutti i motoristi che si trovavano in sala macchine.“Che cosa è successo?”  chiese il capitano.“Avevamo appena acceso i motori, e la nave era appena partita, quando i locali si sono riempiti di fumo, e non siamo più  riusciti a respirare!” rispose il motorista che passava tutta la giornata ad ascoltare i motori che sbuffano e tossiscono.

    “Vediamo un po’” disse il capitano lisciandosi la barba grigiolina.

    Camminò un po’ in su e un po’ in giù, ed alla fine disse deciso: “Fermate i motori!” ed i motori furono fermati.Naso-di-vento (che si chiamava così perché con il suo grosso naso dava al timoniere la direzione del vento, molto meglio di qualsiasi altro strumento meccanico) salì in coperta e diede in un gridolino.

    “Ho capito! Volete sapere cosa è successo? Guardate un po’ qua. Questa è bella! C’è qualcuno che si è dimenticato di disegnare i fumaioli della Teresa, e per questo il fumo non sa dove andare, e rimane tutto dentro! Guarda un po’ se ci doveva capitare di essere inventati da un bambino che non conosce le navi! Qui bisogna assolutamente arrangiarsi. Gettate l’ancora!” gridò il capitano.

    Ci fu un fuggi fuggi generale e tutti i marinai corsero a prua per prendere l’ancora da buttare a mare. Ma giunti sul ponte delle ancore, si guardarono intorno sbigottiti. Chi si era portato via l’ancora?

    “Senza ancora, come faremo a restare fermi in mezzo al mare?” disse Ovvio, un marinaio che diceva sempre le cose che avevano già detto tutti.

    “Stai a vedere che Giò si è dimenticato di disegnare anche le ancore!” brontolò il capitano Naso.“Noi non ci lasceremo prendere dalla paura! Faremo una grande fune con tutti i nostri vestiti, e getteremo a mare un pezzo di motore che non ci serve. Questo, legato alla nave con i nostri vestiti farà da magnifica ancora.”

    Cominciarono a spogliarsi tutti. C’era un marinaio che si vergognava un po’, ma vedendo il capitano che girava in mutandoni per la nave, gli venne così tanto da ridere che tutta la vergogna gli passò immediatamente e diede anche lui i suoi vestiti per fare la grande fune.

    “Meno male che Giò ha disegnato un bel sole con i raggi che toccano anche la nave, sennò chissà che freddo…!”

    “Capitano, siamo pronti. L’ancora è gettata, ma ora che facciamo? Come possiamo ripartire?”

    “Giusta domanda, ragazzo. Qui ci vuole una giusta risposta. Ma che vedo? Sbaglio o c’è un lungo filo che pende fuori dalla nave?”

    “Forse Giò si è dimenticato di cancellare una riga” disse Ovvio, che questa volta aveva detto qualcosa di suo.

    “ E noi useremo quel filo per fare funzionare la nostra nave! Voglio due uomini coraggiosi che vadano a terra, laggiù, con il filo!” ordinò il capitano.Subito due marinai si offersero, ed il capitano li fece salire sul battello di salvataggio che, essendo dietro la nave, non era necessario disegnarlo.

    “Vi affido questo filo, con il compito di portarlo a terra, infilarlo in una presa di corrente, e poi tornare qui in fretta, perché dobbiamo partire!”I due coraggiosi marinai partirono remando velocemente. Uno teneva il filo ben alto lontano dall’acqua: la sua mamma, infatti, gli aveva detto che i fili elettrici non devono neppure toccare l’acqua perché è tanto pericoloso.

    Giunti sulla riva, i marinai portarono il filo con un grande sforzo fino al faro, che alla sua base aveva due buchi grandi come quelli delle prese di corrente. Infilarono la spina nei buchi, e guardando in mezzo al mare videro la “Teresa” tutta illuminata che sembrava un albero di Natale.

    “Evviva!” gridarono quasi in coro. Poi, prima di ripartire, corsero a bere un goccetto in una taverna che si trovava dietro la casa gialla, disegnata da Giò in fondo al porto.Quando tornarono a bordo, trovarono una gran festa.

    “Bravi, ragazzi!” disse loro il capitano Naso, che non vedeva l’ora di partire.“Ora accendete il motore elettrico, perché non possiamo più aspettare!”

    Subito dopo si udì un fruscio ed il motore elettrico iniziò a girare.La nave partì lasciando dietro di sé una schiuma bianca (che però non si vedeva sul foglio bianco, dipinto di blu) ed un lungo filo nero che arrivava fino a terra ed ogni istante si allungava sempre di più.

    Giò aveva finito di mangiare e dopo aver aiutato la sua mamma a sparecchiare la tavola, era ritornato al suo tavolo e si era seduto davanti al disegno.

    Lo guardò un po’ perplesso, si grattò proprio in mezzo alla testa, lo guardò di nuovo.

    “Ma guarda che strano!” disse ad alta voce.

    “Cosa c’è di strano, Giò?” Chiese la mamma che nel frattempo si era seduta in poltrona per leggere il suo giornale.

    “Niente, mamma…si vede che mi sono sbagliato”

    Qualcosa di molto strano c’era, in effetti. Un segnaccio nero che partiva dalla Teresa e correva per tutto il foglio.

    “Si vede che ho lasciato la matita sul foglio e il gatto si è divertito a trascinarla!” disse il bimbo, armandosi di una gomma bianca e blu per riparare al disastro.

    Con pochi colpi, la riga sparì e Giò potè proseguire il suo disegno. Qualcosa mancava, non l’aveva dimenticato. Cos’era quella strana catena dell’ancora che pendeva dalla nave! Sembrava … ecco, si! Sembrava un filo di biancheria stesa!  E che strana ancora! Via, Via! Tutto da rifare!  Giò disegnò una bella catena fatta di tanti anelli e, proprio in fondo, un’ancora bellissima con due punte a forma di freccia. 

    “Ora il tocco finale!” disse il bimbo soddisfatto.Matita rossa, matita nera… i fumaioli della Teresa dovevano essere i più belli di tutte le navi che solcavano gli oceani.



     “Capitano! Chi ha spento la luce?”  gridò il marinaio dalla tolda della nave. Qui non si vede un’acca!”

    “Perché vuoi vedere le acca?”  chiese Ovvio, incuriosito. “Non ti bastano le cappa, le elle e le vudoppie?”. Nella completa oscurità si udì lo sghignazzare dei marinai disseminati su tutta la nave.

    Il capitano Naso-di-vento aprì la porta della sua cabina. Non si vedeva proprio niente. Avanzò con le mani in avanti e gli occhi chiusi fino alla scaletta che portava in coperta e gridò con quanta voce aveva in corpo:

    “Allungate il filo! Controllate l’innesto! Aggiungete una prolunga!”

    Si udì un tramestio di passi frettolosi. Qualche “Oh” un po’ di “Ahi!” e ci fu pure un “Cretino!” che risuonarono nell’aria cupa.

    Ed infine, quando un marinaio riuscì ad accendere una torcia elettrica che portava sempre con se, dopo aver illuminato un lungo tratto di mare, si sentì un grido preoccupato:

    “Capitano! Ma quale filo? Qui non c’è più il filo! Tutto sparito, tutto cancellato!”

    “Calate l’ancora!” ordinò ancora il comandante.

    Dopo pochi istanti un marinaio arrivò di corsa “L’ancora è stata calata…ma i nostri indumenti sono tutti spariti! Sparsi in mezzo al mare!”

    “Pazienza, ragazzo! Saremo il primo equipaggiò-in-mutande terrore di tutti i mari!” rispose Naso-di-vento un po’ divertito e un po’ rassegnato.

     

     Giò aveva appena finito di colorare il secondo fumaiolo che sentì le palpebre farsi pesanti e gli occhi che si chiudevano da soli.

    “Giò, è ora di andare a letto!” disse la mamma dalla sua poltrona.

    “Si, mamma…ho sonno” disse il bambino spegnendo la luce sul suo tavolo da lavoro. Si alzò lentamente e si avviò verso la sua cameretta, passando dalla sua mamma per darle il bacio della buonanotte.

    Ricordati di lavarti i denti!” sussurrò Giò imitando la voce della mamma e fermandosi un attimo in corridoio, in attesa della frase di rito.

    “Ricordati di lavarti i denti!” gridò la mamma dalla sala.

    “Si, mamma. Sto andando!” rispose il bambino sorridendo. Come avrebbe mai potuto andare a dormire senza quelle parole che la mamma ripeteva tutte le sere?

    In pochi minuti Giò fu nel suo letto e si addormentò in un istante.

     

    “Capitano, ora cosa facciamo?”

    Un marinaio era sceso fino all’alloggio di Naso-di-Vento illuminando il cammino con un pezzetto di candela accesa.

    “Proprio non so!” disse il comandante. Poi, approfittando della fioca luce, salì sul suo ponte di comando. “La notte è buia, non si vede la luna…”

    “Ma cosa vedo? Ragazzi, vedete anche voi quello che sto vedendo io?” quasi gridò il capitano con il naso all’insù”.

    “Due magnifici fumaioli! Proviamoli, mettiamo in moto!” disse il vice comandante dalla sala macchine.

    Dopo un po’ di starnuti e colpi di tosse, il vecchio motore che faticava sempre ad accendersi, si diede un po’ di contegno e ruggì il suo primo “Bruuum” della serata.

    Tutto l’equipaggio rimase immobile per vedere se, come prima, la cabina si sarebbe riempita di fumo. Niente. Il secondo “brum” fu quasi una musica. Seguì un cigolìo, uno stridore di ferri, qualche pernacchietta di accomodamento ed infine il motore si mise a brontolare in modo uniforme, era finalmente a regime.

    “Comandante, tutto a posto!” disse il capo della sala macchine.

    Guardando il fumo fuoriuscire dai due grossi camini, Naso-di-Vento tirò un sospiro di sollievo.

    “Tutti ai posti di comando!” Gracchiò quindi nella cornetta che pendeva da una parete. Tutti i marinai si precipitarono ai loro posti. Era la più divertente e variopinta sfilata di mutandoni che si fosse mai vista su tutti i mari.

    “Equipaggio pronto a salpare!” disse il secondo.

    “Avanti tuttaaaaaa!” gridò con quanto fiato aveva in corpo.

    La Teresa fu presa da un forte tremolio e con un BRUM definitivo diede in un balzo e schizzò fuori dal foglio.

    Sul ponte più alto della nave, il famoso capitano Naso-di-vento che indossava un bel paio di mutandoni a pallini con le immancabili bretelle a righe,  si lisciava la barbetta grigia e sorrideva sornione e dispettoso.

    “Chissà che faccia farà il nostro amico Giò, domattina quando vedrà il suo disegno!”

     

     

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